Galleria Franco Noero

PIAZZA CARIGNANO 2
10123, TORINO
ITALIA
VIA MOTTALCIATA 10/B
10154, TORINO
ITALIA

Arturo Herrera
Soave sia il vento

25 maggio — 01 ottobre 2016

Soave sia il vento è la terza mostra personale di Arturo Herrera con la Galleria Franco Noero e la prima realizzata in Via Mottalciata.

 

La mostra si compone di una nuova serie di lavori in cui sono essenziali la relazione tra continuità e discontinuità e le associazioni tra i vari elementi. Il titolo è tratto dal terzettino iniziale dell’opera Cosi Fan Tutte di Mozart e Da Ponte, in cui le due protagoniste femminili augurano ai loro mariti di fare buon viaggio. L’aria, di sublime bellezza, dà definitivamente l’addio a qualsiasi genere di ordine definito. Ciò che ne consegue sono eventi caotici e frammentati, con l’effetto di far riflettere ciascuno dei personaggi coinvolti.

 

Herrera guarda alle qualità architettoniche degli spazi di Via Mottalciata realizzando interventi pensati per attuare un’interazione completa con tutti gli ambienti della Galleria. L’artista suggerisce una sintassi non lineare, riflettendo sia sull’impatto delle corrispondenze formali e concettuali tra gli elementi di suoi singoli lavori, sia su quelle che si realizzano nell’intero impianto della sua mostra.

 

Raffigurazione, ispirazione derivata dalla cultura popolare, ripetizione, pratica pittorica, immaginario collettivo, ri-composizione, si fondono in un vasto panorama di riferimenti e metodi che riflettono la contaminazione che caratterizza oggi il concetto di astrazione. Un’intera teoria di tecniche pittoriche costituisce il vocabolario dell’artista, mescolando il suo diretto intervento alla collaborazione realizzativa con altri e all’incontro con il ‘ready-made’, costruzione e decostruzione.

 

Un’opera murale realizzata sulla parete in vista diretta dall’ingresso della galleria fornisce immediatamente l’opportunità di confronto tra immagine dipinta, proporzione di scala e presenza fisica del pubblico.

 

Dipinti che denotano la loro oggettualità sono presentati in tre serie separate. La prima è composta da opere realizzate con/su libri usati, trovati nei mercati delle pulci. I libri vengono sigillati trasformandosi così in una superficie ‘ready-made’ aperta ad un’astrazione gestuale. La loro funzione originale viene annullata, e una volta dipinti i libri offrono una lettura formale e concettuale completamente diversa. Sono appesi sui pannelli di una vetrata all’ingresso della galleria, scanditi da una griglia di ferro, in modo da accentuare la loro tridimensionalità e la loro oggettualità. Un taglio sul retro-copertina, necessario per i ganci d’affissione, lascia intravedere una o due frasi. Lo scarto che rimane delle caratteristiche più precipue e di contenuto dei libri contribuisce ad accentuare il dialogo tra annientamento e soggettività, trasformandoli un ibrido di riferimenti, linguaggio/immagine.

 

La seconda serie è composta di otto dipinti su tela, di formato medio e tipi di tessuto diversi, appesi su una lunga parete ricoperta dalle pagine della Gazzetta dello Sport. Ancora una volta le qualità tridimensionali e la natura stratificata dei lavori vengono chiamate in causa dalla giustapposizione di materiali. Il processo di sovrapposizione rivela il modo in cui i quadri siano stati concepiti, con l’intento di aprirsi ad una riflessione sulla leggibilità e sull’efficacia dell’astrazione in termini più vasti.

 

Gli otto dipinti, insieme alle pagine dei giornali, creano un ‘collage’ murale, in cui il linguaggio è elemento fondamentale. E’ un riferimento diretto all’uso dei ritagli di giornale caro al primo modernismo, in modo che i lavori siano investiti di una qualità di ‘ready-made’. Le pagine di una ventina giornali sono incollate a muro in modo da creare un serrato dialogo con i dipinti.

 

L’ultima serie di opere consiste di collages fotografici riportati su pannelli di alluminio dipinti a olio. Le foto in bianco e nero provengono dall’archivio personale dell’artista, mentre quelle a colori sono immagini di dipinti murali realizzati a Berlino e da lui fotografati. I dipinti su alluminio sono a loro volta appesi su immagini stampate su carta da affissione, di dimensioni monumentali, create dall’artista. Il riferimento per queste ultime viene da alcune fotoincisioni che Herrera ha realizzato a Copenhagen nel 2014, in collaborazione con Niels Borch Jensen.

 

Otto immagini di dipinti murali berlinesi si trovano anche nella stanza della galleria che si affaccia su Via Mottalciata, operando un salto di scala notevole, visto che sono stampate su vinile e collocate su quattro grandi vetrate a nastro, da esse completamente ricoperte. Si instaura cosi una corrispondenza con l’edificato del quartiere, ma anche con altre due opere del 2015 esposte all’interno della stanza vetrata, intitolate Bang. Si tratta di lavori unici in edizione variata di quindici esemplari, nei quali l’artista ha usato lo stesso stampo da dolci come forma e superficie verticale su cui intervenire dipingendo a mano, per poi poggiare ciascuno di essi su una base orizzontale piana ricoperta da una stampa su carta dai colori prorompenti.

 

Con l’intenzione di incidere e di intervenire ulteriormente sul paesaggio urbano circostante, con un salto e un riverbero di scala ancora più notevole, l’artista ha richiesto il coinvolgimento degli abitanti di un alto palazzo esteso orizzontalmente che si trova alle spalle della galleria, lungo Corso Novara. Il retro dell’edificio presenta una serie di balconi, una regolare trama di bucature sull’ampia ed elongata facciata, spesso protette dagli abitanti con tende scorrevoli di vari colori e materiali. In analogia con le qualità delle opere esposte in Galleria Herrera ha realizzato una differente serie, in cui immagini di ballerini appaiono su fondi monocromi dalle tinte vivaci, stampate su stoffe. L’intero edificio diventa un enorme collage animato da una serie di immagini colorate che si muovono con il vento, o solo perché devono rispondere alle necessità degli abitanti. Lo spettatore si trova di fronte un intero edificio con i balconi nascosti da tende nuove e già esistenti, agitato da una serie di immagini di corpi in movimento, mentre gli abitanti dal loro privato guardano attraverso i colori di tende pensate per loro.

 

Arturo Herrera (Caracas, Venezuela, 1959) vive e lavora a Berlino.

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