Galleria Franco Noero

PIAZZA CARIGNANO 2
10123, TORINO
ITALIA
VIA MOTTALCIATA 10/B
10154, TORINO
ITALIA

Henrik Olesen
Solo Show

05 novembre — 14 gennaio 2011

In molte delle sue prime mostre Henrik Olesen non ha affatto preso in considerazione le infinite e irrisolte dialettiche tra il sempre progressivo affinarsi delle relazioni formali e il desiderio di sovvertire le regole codificate dello spazio artistico tramite ciò che si definisce narrativa letteraria, raggiungendo risultati molto avanzati su entrambi i fronti ignorando semplicemente il problema.


Nelle sue primissime mostre, ad esempio, l’artista usa lo spazio vuoto, o meglio definisce lo spazio come vuoto e non produttivo, in contrasto invece con il peso cospicuo di una vasta mole di informazioni convogliate.

 

Non sorprende quindi che nel corso della sua ricerca Olesen abbia in qualche modo cercato di usare gli strumenti formali in opposizione all’impulso di mediare il contenuto, o che abbia voluto un giorno rendere gli strumenti stessi della produzione oggetto della sua indagine artistica e delle sue interpretazioni.

 

Guardando alla sua attuale mostra in relazione alle prime, possiamo dedurre che l’artista non rifletta solo sui mezzi della sua nuova produzione ma sui mezzi della produzione in sé.


L’artista osserva in modo costruttivo la produzione stessa a tal punto – il punto che appare essere ‘rischioso’ – il punto in cui l’arte rischia di apparire vuota, un vuoto non ricoperto di narrative o formalismi, dove la produzione tende verso il nulla, o quello che qualcuno chiamerebbe nulla. Si può dedurre che la ricerca di Olesen sia rivolta a rappresentare questo nulla come ingrediente essenziale della produzione in se stessa, o piuttosto che stia affrontando questo ‘nulla’ come una differenza, tanto quanto accade nelle sue prime ricerche con l’uso dello spazio vuoto all’interno di un contesto espositivo molto più ampio, in modo da far apparire entrambi quasi come la determinazione scientifica dei concetti di ‘vuoto’ e ‘nulla’. 

 

In senso filosofico l’artista romanticamente dispone alla visione della così temuta immanenza della produzione, che potrebbe essere un vuoto e potrebbe anche essere chiamata ‘niente’. In altre parole disporsi alla rappresentazione di questa immanenza come a quella di un vuoto è un procedimento comparabile alla rappresentazione quasi romantica dell’idea psicoanalitica dell’inconscio, in questo caso il cosiddetto vuoto come l’inconscio della produzione artistica.


Assolutamente da non confondersi come un atto semplicemente riduttivo, o ancor peggio come un atto che si inserisca nella tipica estetica del minimalismo, il modo di procedere di Olesen è invece simbolicamente un’azione produttiva, la quale a livello procedurale sembra seguire una sperimentazione scientifica o addirittura matematica, riducendo gli elementi in modo da individuare una qualità intrinseca, o in maniera da fornire ad una qualità intrinseca una rappresentazione primaria. Una delle qualità scaturite dalla sua più recente ricerca può identificarsi con la rappresentazione astratta di un atto simbolico, o addirittura di un ordine simbolico. Il gioco di riduzione può associarsi al gioco matematico e all’ovvia tendenza alla ripetizione, ai numeri, al dislocamento e all’isolamento di elementi che seguono la qualità elementare legata all’enumerazione.


La combinazione dei principali elementi porta con sé una carica di energia simbolica. Si può facilmente associare la sequenza di chiodi o di altri elementi produttivi con l’ordine delle lettere, o perfino con esempi di poesia concreta. E’ possibile rintracciare anche un parallelismo visuale legato alla produzione di suoni ‘tecno’. In maniera simile le sonorità tecno derivano dall’ossessione per la riduzione ad elementi puri nella produzione dei suoni, nella loro enumerazione, sospensione e ripetizione; parallelamente ciò che appare in superficie nei nuovi lavori di Henrik Olesen esposti a Torino riporta anche alla cultura simbolica che i suoni tecno hanno spesso prodotto e riprodotto. Nel corso dei mesi prima della sua mostra Henrik Olesen si è molto interessato alla questione filosofica relativa al rapporto padrone-schiavo, soprattutto nella sua definizione hegeliana, che sembra riscontrarsi nell’estetica ritualistica della cultura tecno.


Il suo nuovo lavoro potrebbe meglio spiegarsi tramite un apparato di mezzi di espressione verbale estremamente semplici, quasi quanto descrivere dei suoni che paiono susseguirsi nel cervello mentre ci si muove nei vari spazi, quasi come essere seguiti da numeri che risuonano ad ogni passo. Si entra in uno spazio con l’impressione di un senso di claustrofobia, ma subito dopo tornando indietro questa sensazione sembra essere sospesa, attraverso le scale, uno, due, tre, o più, sopra, sotto, finestre celate o ancora visibili, aperte, altre murate, a volte buchi nelle pareti, uno, due, tre, o qualcuno di più e poi, pensando sempre agli elementi che servono a costruire una casa, come i cavi, appare un’opera d’arte, a volte un capolavoro.


Il particolare edificio che ospita la galleria è sicuramente un ideale spazio espositivo, con il suo insolito numero di stanze, piani, scale eccetera ma è diventato anche uno dei mezzi di produzione, come in un romanzo, è una casa di numeri e dei suoni di questi numeri, come sentire il suono dei passi attraversando un ordine simbolico, ascoltando la sua narrativa romantica e hegeliana. Stranamente, in maniera simile ai suoni tecno, Henrik Olesen crea momenti di cultura simbolica tramite la riduzione e l’attenzione agli elementi più semplici, associandoli analogicamente a rappresentazioni di relazioni rituali tra le persone, rendendo immanente questo aspetto della cultura nella produzione di spazi visivi; come nella relazione schiavo-padrone, più e più ritorna alla riduzione a numeri puri e a mezzi puri di produzione.

 

Henrik Olesen (Esbjerg, Danimarca 1967) vive e lavora a Berlino. Il suo lavoro è stato oggetto di importanti mostre personali e collettive sia in Europa che negli Stati Uniti. Tra le più recenti ricordiamo i solo-show ‘Wolgang Hahn Prize’, Museum Ludwig, Colonia, 2012; ‘Projects 94: Henrik Olesen’, The Museum of Modern Art, New York; The Museum für Gegenwartskunst, Basilea, 2011; ‘How Do I Make Myself a Body?’, Malmö Konsthall, Malmö, 2010. Tra le mostre collettive e le rassegne internazionali: 32° Bienal de São Paulo, San Paolo, 2016; ‘The Keeper’, New Museum, New York, 2016; ‘Accrochage’, Punta della Dogana – Pinault Foundation, Venezia, 2016; ‘L’image volée’, curata da Thomas Demand, Fondazione Prada, Milano, 2016; ‘Slip of the Tongue’, Punta della Dogana, Venezia, 2015; ‘Manifesta 10’, Saint Petersburg, 2014; 12th Istanbul Biennale, Istanbul, Turkey, 2011.

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