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In occasione della sua terza personale presso la Galleria Franco Noero, Tom Burr ha realizzato una serie di nuovi lavori pensati per lo spazio di Piazza Santa Giulia 5 dedicato alle installazioni di lungo termine. Un testo appositamente scritto dallʼ artista americano accompagna la mostra:

 

Prova a pensare a una stanza che raffigura un corpo, un volume capovolto con le pareti nude e tremanti completamente aperte alla città, piccole pareti maliziose che hanno bisogno di essere coperte, hanno bisogno di essere vestite e drappeggiate. Esistono codici morali che possono riferirsi anche a delle stanze, in particolare a stanze come queste, stanze come queste che ancheggiano sinuosamente e chiedono di essere guardate, ma non toccate, chiedono di essere ammirate ma non accarezzate.
Prova a pensare a stanze promiscue con mura promiscue, piccole mura ammiccanti che esistono per essere viste, che esistono soltanto per essere continuamente guardate.
Immagina che qualcosa che copra abbia la forma di una gonna, che avvolga il corpo, e i limiti della stanza, i limiti della stanza che si identifica con il corpo umano.
Immagina quei piccoli sfoghi sulla pelle, sulle gambe, sulle cosce, dovuti al tocco ruvido delle pieghe della lana. Quando a uno scalpellino restano le dita schiacciate tra le pietre, questo si chiama ʻbacioʼ.
Pensa a quegli sfoghi come a ʻbaciʼ scambiati tra la lana e la pelle, tra la gonna e la coscia.
Pensa a cosa succede ai margini delle città.
Pensa a cosa succede sotto una gonna.
Prova ad immaginare, ad esempio, una sottogonna che si gira, si muove, appare e scompare dalla vista. Si muove insieme alla gonna o anche senza; scivola via. A volte lʼorlo si abbassa disegnando le altezze di varie linee orizzontali, le stesse che lascia su finchi e cosce. Gli orli vanno su e giù, le economie cambiano. I girovita si allargano e si restringono, le azioni salgono e scendono. Le gonne si accorciano e cadono a terra, lasciando nudi corpi, mura e stanze.
Prova a pensare a gonne sparpagliate a terra e a mura trepidanti, a pieghe promiscue e a stanze vuote
”.

(Tom Burr, 2011)